venerdì 30 aprile 2010

Mettiamo ordine nella questione del "manga italiano"


Per i lettori abituali di manga, questa questione è stata trattata più e più volte, trita e ritrita, rigirata in ogni modo.
Vorrei in pochissime righe sintetizzare la mia opinione e le linee guida dunque che seguo con Mangaijin e nei corsi in cui mi capita di insegnare.

Come sappiamo, Manga non vuol dire altro che "Fumetto", e letteralmente "immagini casuali".
Per noi occidentali, rappresentano il fumetto giapponese.
Ma cosa determina un fumetto giapponese? Semplicemente la grafica? La tecnica? Le storie? Tutto questo insieme?

Rispondiamo alle domande con altre domande.
Prendendo in mano alcune opere, è chiaro come non esista uno stile uniforme e una tecnica di disegno particolare, tra gli stessi mangaka giapponesi. Si parla tanto di "corretta tecnica manga", ma sono semplicemente delle basi artistiche generiche che ogni artista dovrebbe avere. Non esiste una "tecnica del manga", ma esistono tante "tecniche di fumetto". Non si può insegnare una tecnica che per sua stessa natura è in continuo cambiamento e dipendente da gusti personali.
Chiaramente vi sono elementi tecnici che rendono il "manga" differente dal fumetto occidentale, dai retini al tratteggio, dal dinamismo delle tavole alla struttura narrativa, ma troppo spesso ci si sofferma eccessivamente su questi elementi e non si va alla ricerca del cuore della questione.
E' allora l'aspetto grafico dei personaggi? Gli occhioni? Le proporzioni dei corpi?
Ridurre a questo, sarebbe oltremodo semplicistico. Abbiamo disegnatori come Hideo Yamamoto e Harold Sakuishi che nulla hanno a che vedere con artisti come Mizuki Kawashita o Eiichiro Oda.
E allora sono le storie?
Sì, in gran parte.
Un cosiddetto "manga" ci racconta, prima di tutto, una storia nata dalla mente di persone cresciute in un certo ambiente culturale e che scriveranno di personaggi e avvenimenti sicuramente influenzati dalle loro esperienze di vita, per forza di cose diametralmente opposte a quelle di noi italiani.

Quando la ricerca grafica diventa imitazione, scadiamo nella banale copia di un manga giapponese. Quando si cerca di imparare alla perfezione una "tecnica" si perdono di vista le proprie influenze stilistiche. A fare "manga da veri giapponesi" è pieno il Giappone. A fare "manga italiani" ci siamo solo noi italiani.

Cosa vuol dire allora, in parole povere, fare un "manga italiano"?
Vuol dire prima di tutto raccontare una storia personale, esprimere attraverso il fumetto, l'arte visiva, qualcosa legato alle nostre esperienze e alla nostra cultura. Inutile cercare di scimmiottare a tutti i costi uno shonen o uno shoujo ambientati a Tokyo e con scolarette in divisa.
Allora la tecnica è inutile, da quanto ho scritto finora? No, assolutamente!
Imparate qualche trucco del mestiere, seguite qualche buon corso, ma, come dico sempre io dove insegno, non pensate che durante la lezione qualcuno possa insegnarvi a "fare i mangaka". Si può insegnare qualche trucco, qualche tecnica, spiegare quelle caratteristiche (minime) stilistiche, ma poi sta a voi rielaborare, cambiare le regole, sviluppare qualcosa di nuovo. Non pensate che basti qualche bel disegno a "fare manga", o conoscere a memoria tutte le loro tecniche. Di veri e propri "mostri" del disegno è pieno, è un campo su cui non avrebbe nemmeno senso competere a meno di essere dotati di un talento fuori dal comune.
Prima di imparare a "disegnare manga", bisogna imparare a fare fumetto. Se poi il proprio stile, la propria predisposizione, spinge in quella direzione, tanto meglio.

Ha ragione chi dice: non potrete mai fare dei manga giapponesi, voi italiani.
E noi infatti non vogliamo farli! Ce n'è così tanti, sul mercato, di manga giapponesi e non vedo il motivo di aggiungere una goccia nel mare.
Noi stiamo scavando il letto di un enorme nuovo fiume.
Trovare la strada giusta non sarà facile, ma siamo qui per questo.

1 commento:

  1. Ciao, sono una studentessa che studia fumetto e che spera un giorno di pubblicare le proprie storie o di trasporre a fumetti le storie di altre persone.
    Conosco bene la tua linea di pensiero sull'argomento, e ho avuto modo di leggere un tuo commento su questa notizia

    http://www.animeclick.it/news/25057-un-fumetto-umoristico-ispirato-a-silvio-berlusconi

    la tua affermazione mi ha dato la spinta per scrivere questo commento, che altrimenti non avrebbe mai visto la luce.
    Devo premettere che sono una persona polemica e pedante, che pretende il massimo da sè stessa prima che dagli altri, e la mia critica sarà influenzata dal mio orrido carattere.

    Odio il termine manga italiano, a causa l'uso improprio che se ne fa e molte delle persone che lo utilizzano, soprattutto i "non addetti ai lavori", solitamente ragazzi/e che disegnano per hobby e che leggono soprattutto/solo manga.

    Chiunque può fare manga, il problema è che di solito chi desidera farlo segue "i canoni" del fumetto giapponese senza metterci nulla di personale.
    Il risultato sono la maggior parte di disegni/tavole di fumetto che si vedono in giro per il web, che siano fatte male o bene non conta, ma sono comunque fredde e impersonali.
    Per me manga italiano lo fanno autori come Alessandro Baronciani, che mano a mano sta personalizzando il proprio stile, Sara Colaone, o meglio ancora Vanna Vinci, un'autrice che ha creato il proprio stile unendo Riyoko Ikeda e Hugo Pratt. Potrei anche citare Barbucci, ma ormai è andato ben oltre la definizione sia di manga che italiano, il suo stile è un mix di tantissime immagini, segni e forme del fumetto mondiale.
    Perché non riesco a vedere una simile ricerca nella maggior parte degli aspiranti disegnatori che traggono ispirazione dal mondo nipponico?
    Ho letto Mangaijin, e non riesco a vedere nulla di simile nemmeno li, e non sto giudicando le storie ma semplicemente la resa grafica.
    Pure su Animeclick vedo la stessa cosa in quanto a letture, e la cosa mi intristisce molto.

    Capisco l'amore per un genere, ma se in ogni luogo dove si insegna (o si dovrebbe insegnare) fumetto ti dicono di personalizzare ci sarà un motivo o no?
    Se alla Kappa Edizioni prendono autori con un segno personale e non solo manga ci sarà un motivo o no?

    Ah, e per il commento su Animeclick:
    Se è un autore conosciuto, anche se sotto pseudonimo giapponese il suo segno si riconosce.
    Se è un italiano sconosciuto che usa uno pseudonimo giapponese, vedendo tutto ciò che gira ora, secondo il mio metro di giudizio sarà disegnato male, e non lo comprerò.

    Adele

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